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The only death I fear is dying ignorant.
Tratto da "I giardini della luna" di Steven Erikson
Manmachine Interface
Manmachine Interface
Masamune Shirow
Star Comics (lingua italiana)
cyberpunk / hard sf / manga / sf militare /
Il nome Masamune Shirow è lo pseudonimo di uno tra i più importanti autori giapponesi di manga (il nome reale è Masanori Ota) nato a Kobe il 23 novembre 1961 e apparso sulla scena editoriale professionista con l'opera Black Magic, pubblicata sulla rivista amatoriale Atlas.
Lo pseudonimo ha un significato particolare:
Shiro, è una parola composta che potrebbe significare 'giovane guerriero' o 'giovane samurai' in quanto "Shi" indoca un samurai o un guerriero e "Ro" potrebbe essere tradotto come ragazzo
Masamune, è il nome di un fabbro che, nato nel1274, si è reso famoso per aver creato una spada ricurva, resistente e pratica, usata nel XIII secolo per combattere l'invasione mongola.
Il suo approdo al mondo dei manga è stato abbastanza casuale, da bambino aveva realizzato qualche opera con la tecnica dell'acquarello, ma si era dedicato soprattutto allo sport (judo). Appassionato, comunque, d'arte si iscrisse alla Osaka University of Arts dove fece amicizia con un appassionato di manga che realizzava anche produzioni proprie. Da lì ha iniziato a creare opere manga, senza averne mai letto una pagina in precedenza. Black Magic attirò l'attenzione del mondo professionale e, appena laureato, l'autore si trovò le porte aperte del mondo professionista senza aver sperimentato la normale trafila dell'artista manga, senza cioè passare per il tirocinio di 'assistente' di qualche autore affermato.
L'opera che lo ha reso famoso è Appleseed, il cui primo volume è stato pubblicato nel 1985. (In una intervista del 1995 affermava, "Considero le mie opere come dei figli, per questo sono tutte preziose allo stesso modo per me e non posso quindi dire quale sia migliore. Ma in complesso penso che Appleseedsi distingua maggiormente)
E' un artista che tende a lavorare da solo e a partecipare ad ogni fase di realizzazione delle proprie opere e, forse anche per questo, non ama particolarmente il mondo degli anime. Nonostante ciò molte sue realizzazioni si sono tramutate in anime di successo, si pensi alla serie Dominion Tank Police e, soprattutto, a Ghost in the Shell (tradotto con successo anche in gioco per Playstation).
In tutte le sue opere è solito ritrarsi con l'immagine di un piccolo polipo.
Ha iniziato la propria carriera producendo tavole a colori ad olio ed acrilico. Le sue realizzazioni sono particolarmente curate nei dettagli e nella precisione della conoscenza tecnica; il tema preferito delle sue immagini è rappresentato dal connubio «personaggio femminile - mezzo meccanico».
Verso il 1995 ha iniziato a produrre opere sorprendenti usando le nuove tecniche di computer grafica, mostrando così la sua naturale tendenza a migliorarsi e ad esplorare nuovi mezzi espressivi.
I temi delle sue opere hanno ambientazioni high-tech molto spinte e particolareggiate, non disdegna, comunque, un approccio 'animista' al mondo scientifico.
"Il mondo della scienza e quello dello magia ovviamente sono separati, ma in termini di coscienza da parte nostra e del modo in cui percepiamo le cose, stanno convergendo. Potrebbe essere questo il motivo per cui, nella mia produzione, sembrerebbe che stia tentando di integrare la tecnologia scientifica con la religione, perché entrambe appaiono sul punto di convergere." (Intervista con Frederick L. Schodt)
Una caratteristica particolare del suo disegno è la struttura dei robot presenti nelle sue storie: hanno un aspetto aracniforme il che deriva loro, da una parte, dal suo interesse per gli insetti, ragni in particolare, e dall'altra dal fatto che così strutturati questi robot hanno una maggiore stabilità in confronto ad una struttura bipede.
Le sue realizzazioni di solito si accentrano attorno ad una visione del futuro abbastanza pessimistica in quanto è comune la struttura della trama che gira attorno al rapporto dell'umanità con una qualche variazione di un mondo distopico alla Brave New World di Aldous Huxley. Fa eccezione forse il solo Orion, che si basa su un racconto mitologico di Dei distruttori.
Nel 1985 Shirow ha vinto il premio Sejun Sho (l'equivalente giapponese dell'americano Hugo Award) al congresso nazione di SF per la sua opera Appleseed.
Fonte
Chi conosce Shirow probabilmente starà già sghignazzando, pensando: “OK, provaci pure a raccontare la trama di Manmachine Interface, se ci riesci”. Come darvi torto. Anzi, se qualcuno avesse il buon cuore di spiegarla a me, gliene sarei eternamente grato. Per chi non conosce Shirow, sappiate che questo mangaka è famoso per le sue storie complicatissime; alcuni addirittura lo accusano di scrivere manga incomprensibili (esagerati, solo perché bisogna rileggere ogni vignetta almeno 3 volte per avere una vaga idea del loro significato…). Perlomeno tenterò di darvi un’idea di cosa tratta questo manga, riprendendo la trama del volume precedente “Ghost in the shell”, da cui è stato tratto l’omonimo film di Mamoru Oshii, una delle più importanti opere dell’animazione giapponese.
Ci troviamo in un futuro abbastanza prossimo, in cui la rete informatica globale la fa da padrona, i cyborg sono una realtà comune, le città sono sovrappopolate, le grandi corporazioni sono i veri organi di potere della società. Insomma, la classica ambientazione cyberpunk, come papà Gibson insegna. Motoko Kusanagi è un cyborg totale (di organico le rimangono solo il cervello ed il midollo spinale), al comando della “squadra speciale ghost”, un “team offensivo” specializzato nella lotta al crimine e al terrorismo, con un occhio di riguardo per i crimini informatici. La squadra di Kusanagi è sulle tracce del marionettista, un hacker in grado di penetrare nei cyber-brain (di cui tutta la popolazione è ormai dotata), impiantandovi delle memorie fittizie, riducendo le sue vittime a vere e proprie marionette ai suoi comandi. Le indagini prendono una svolta imprevista quando si scopre che il marionettista è in realtà una AI che si autodefinisce una “forma di vita nata dal mare dell’informatica” (cit. da film), e che ha un particolare interesse per Motoko; infatti le chiederà di fondersi con lei, dando origine ad una nuova entità, in grado di dominare il cyberspazio. Con questa fusione si conclude il primo volume; “Manmachine Interface” si svolge poco tempo dopo, spostando l’attenzione sulle vicende di questo nuovo essere, che si fa chiamare Motoko Aramaki (o almeno credo… ci sono aspetti della trama che mi fanno dubitare che Aramaki sia davvero tale entità). Non chiedetemi di spingermi oltre, non ne sarei capace...
Vi starete chiedendo “Ma se davvero la trama è così incomprensibile, vale la pena di leggere questo fumetto?”. La risposta è “Assolutamente si”. Proprio questa complessità è uno degli aspetti più interessanti; ad ogni nuova lettura (perché questo è un fumetto che va letto e riletto e riletto e poi riletto ancora…) si comprendono nuovi dettagli che prima erano sfuggiti; intorno alla decima rilettura forse si riesce ad avere una comprensione sufficientemente approfondita del tutto. Insomma, è un po’ una sfida, come quando si fa un puzzle.