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Tratto da "Capire il potere" di Noam Chomsky
Soffio
Soom
Kim Ki-Duk
Chen Chang, Jung-woo Ha, Ji-a Park
Nato nel 1960 a Bonghwa, un villaggio di campagna nella provincia del Kyonsang del nord, Kim Ki-duk si trasferisce a nove anni con la famiglia a Seul, dove frequenta una scuola di avviamento professionale nel settore agricolo. A causa di una complessa situazione familiare abbandona la scuola e, dopo aver lavorato in fabbrica negli anni dell'adolescenza, si arruola nei corpi speciali dell'esercito. Dopo cinque anni come sottufficiale (un'esperienza, quella dell'esercito, che ritorna sotto traccia in alcuni dei suoi film) un'improvvisa vocazione religiosa lo porta a trascorrere due anni in una chiesa per i menomati della vista con l'intenzione di diventare predicatore. La passione per la pittura, cha aveva iniziato a coltivare fin da ragazzo, lo allontana però dalla vita spirituale: con un biglietto aereo (vuole la leggenda che fosse di sola andata) e poco altro, Kim arriva a Parigi per studiare belle arti. Qui trascorre due anni, guadagnandosi da vivere vendendo i suoi quadri e organizzando mostre.
Di ritorno in Corea, si dedica alla stesura di una sceneggiatura dal titolo "A Painter and A Criminal Condemned to Death", che nel 1993 ottiene il premio per la migliore sceneggiatura dell'Educational Institute of Screenwriting: il buon risultato lo incoraggia a proseguire sulla strada della scrittura cinematografica prima e della regia poi.
Il suo esordio dietro la macchina da presa arriva nel 1996: privo di qualsiasi formazione cinematografica sia teorica sia pratica, Kim Ki-duk esordisce con un film assolutamente sbalorditivo. Crocodile, che racconta la vicenda di un uomo che vive aspettando sotto un ponte sul fiume Han i suicidi per sottrarre ai cadaveri i loro averi, è un film di una libertà formale assoluta, forse "goffo" in alcuni passaggi, ma che già rivela la straordinaria personalità di un autore con un suo sguardo e con un modo di girare molto personale. Anche l'aspetto poetico del suo cinema, che troverà in The Isle il suo apice, è già presente nell'opera di esordio, così come la riflessione sulla sofferenza, la violenza e la crudeltà.
A Crocodile dovrebbe seguire The Two Crocodiles, che in fase di lavorazione cambia titolo in Wild Animals (1997). Qui gli aspetti autobiografici sono in primissimo piano. Ambientato a Parigi, Wild Animals mette in scena la vicenda di un sud coreano che arriva a Parigi per studiare arte e finisce invece col diventare un truffatore e fare amicizia con Hong-San (Montagna rossa), disertore Nord Coreano. Visionario e rabbioso, Wild Animals è per certi versi il film meno riuscito di Kim Ki-duk.
Con il suo terzo film, Birdcage Inn (1998), Kim affronta il tema del sesso mettendolo in scena come uno strumento di comunicazione, un tema che troverà in The Isle (1999), il capolavoro della prima fase della sua carriera, la propria espressione più alta.
The Isle rappresenta anche la consacrazione di Kim Ki-duk come autore: il film, così come era accaduto per i suoi lavori precedenti, divide pubblico e critica coreani, ma l'invito in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia e a numerosi altri festival internazionali (Sundance Film Festival, Festival di Mosca, di Rotterdam e di Toronto) e i conseguenti proventi della vendita all'estero del film fanno sì che Kim sia considerato in patria un regista "difficile", ma di sicuro talento. Dal punto di vista strettamente cinematografico The Isle non segna una cesura con la produzione precedente di Kim, semmai esplicita e porta a maturazione immagini e idee già apparse nei suoi primi tre film: collocando al centro della sua attenzione la vicenda di due personaggi, sullo sfondo per così dire astratto di un lago privo di qualsiasi contestualizzazione geografica, Kim raggiunge l'apice di un cinema che intrattiene un produttivo rapporto con il registro narrativo mitico, un cinema pieno di "accoppiamenti del favoloso con il quotidiano", molto più vicino alle Metamorfosi di Ovidio che alle metafore intellettuali di tanto cinema contemporaneo.
A The Isle segue l'anno successivo Real Fiction, il film al quale Kim ha più volte dichiarato di essere più legato, ma anche il suo più clamoroso insuccesso. Assolutamente sperimentale dal punto di vista tecnico (l'intero film è stato girato, dopo dieci giorni di prove, in soli 200 minuti, usando 10 cineprese e 2 videocamere digitali simultaneamente), Real Fiction prosegue il discorso di Kim Ki-duk: nel film si ritrovano temi a lui cari come la violenza, le ferite, il mutismo, la crudeltà ed - ancora una volta - elementi autobiografici come i trascorsi militari del protagonista, mentre viene messa a tema e sviluppata la questione del limite fra la realtà e la finzione. Temi che si ritrovano nel successivo Address Unknown, nato da un ricordo personale: "Sono cresciuto in campagna - ricorda Kim Ki-duk - e ricordo molte lettere sparse a terra, mai recapitate proprio perché indirizzate a destinatari sconosciuti. Per lo più rimanevano ficcate nelle cassette delle lettere finché il vento non le trascinava nei campi di riso o in qualche canale. Mi hanno sempre incuriosito, ho sempre desiderato aprirle, cosa che peraltro a volte ho fatto. E molte contenevano storie di tristezza e disperazione". In Address Unknown Kim sembra voler affrontare la storia nazionale coreana con il suo carico di dolore e di lacerazioni: pur senza stravolgere il registro "mitico" di molto cinema di Kim, Address Unknown introduce una serie di notazioni sulla società, sulla storia e sulle origini di quel malessere, di quella frustrazione e di quella violenza che Kim vede pervadere il suo paese.
Se con Address Unknown fa i conti con la storia, nel successivo Bad Guy, girato lo stesso anno, Kim porta avanti la sua riflessione sullo statuto della realtà, rinunciando alla stabilità e alla linearità della narrazione, facendo collassare le categorie del prima e del dopo, i nessi di causa ed effetto. In Bad Guy Kim Ki-duk mette in scena diversi piani di realtà, mescolando il ricordo con il sogno, il desiderio con la realtà e portando nuovi elementi ad una riflessione sulla crudeltà mai assente nel suo cinema. In Bad Guy la crudeltà della vicenda si fa specchio di un'aspirazione mai sopita a trovare un senso alla crudeltà di ciò che ci sta intorno. La relazione masochistica fra i due protagonisti si riscatta proprio nella tensione, che innerva tutta la vicenda, a ritrovare le tracce della via che può condurre i personaggi lontano da una realtà insostenibile, distruttiva e violenta.
Con il successivo The Coast Guard (2002) torna prepotentemente in primo piano la storia coreana: in questo film Kim Ki-duk sembra voler mettere a fuoco l'origine della rabbia, della violenza cieca, della follia autodistruttiva e masochistica di molti dei suoi personaggi come se, giunto al suo ottavo lungometraggio, avesse pensato che fosse tempo di svelare il mistero dell'origine della rabbia dei suoi personaggi. Il film, non completramente riuscito, rappresenta anche il tentativo di raggiungere un pubblico più vasto, senza rinunciare alla propria originalità e al proprio stile. Solo apparentemente anomalo nella filmografia di Kim Ki-duk, il suo film successivo Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera (2003) mette in luce forse per la prima volta l'aspetto più esplicitamente spirituale del cinema di Kim, che dirige un film maturo e compiuto, in apparenza lontano dalla violenza dei precedenti lavori. Il successo internazionale di Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera non rallenta il ritmo forsennato con il quale Kim Ki-duk realizza i suoi film: pochi mesi dopo aver presentato a Locarno Primavera, estate… Kim è a Berlino, dove vince l'Orso d'argento con Samaritan Girl.
Film di tutt'altro tenore, Samaritan Girl ci ripresenta un Kim non riconciliato: nel film sembrano ritornare i personaggi dei suoi primi film, in una vicenda violenta e tragica come d'altronde quella del successivo Ferro 3 (girato anch'esso nel 2004) presentato a sorpresa in concorso alla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia e premiato con il leone d'argento per la miglior regia.
Una giovane donna scopre che il marito la tradisce. Per vendetta, inizia una relazione con un carcerato, rinchiuso nel braccio della morte in attesa dell'esecuzione.
L'uomo ha da poco tentato il suicidio pugnalandosi alla gola; vive in una cella grande come quanto fazzoletto insieme ad altri quattro detenuti, uno dei quali sembra avere un interesse particolare nei suoi confronti.
Le quotidiane ed "insolite" (accontentatevi di questo, non voglio rivelarvi altro) visite della donna sembrano ora dargli un appiglio, qualcosa cui aggrapparsi, lo stimolo per continuare a vivere.
C'è tutto il cinema di Kim Ki-Duk in questo film (come al solito, dopotutto). Narrazione che procede quasi esclusivamente per immagini, dialoghi e musiche praticamente assenti. Storie semplici, che sconfinano nel surreale, ma dal sorprendente impatto emotivo.
Ormai ho capito che questa combinazione con me funziona alla perfezione. Lo scopo del cinema dopotutto è questo: suscitare emozioni con le immagini. Dopo aver visto quattro dei suoi film, ormai ho capito che Kim Ki-Duk, dal mio punto di vista, ci riesce meglio di chiunque altro. Quello che più mi sorprende è che ci riesce usando immagini dalla straordinaria semplicità, senza bisogno di trame particolarmente ispirate, di musiche coinvolgenti, di dialoghi complessi o di attori particolarmente talentuosi.
Non so davvero cos'altro dire. Quando arrivo ai titoli di coda di un suo film rimango basito e mi chiedo immancabilmente "ma come cavolo fa a trasmettere così tanto usando così poco?".
Se mai lo scoprirò, sarete i primi a saperlo.